Negroni étiquette, bon ton del bere: la qualità.

Chissà se Giovanni della Casa avrebbe immaginato che il termine Galateo sarebbe entrato nelle nostre conversazioni?

Il suo trattato Galateo overo de’costumi introduce un personaggio realmente esistito, tale Galeazzo rinominato Galateo che parla di buoni costumi e piacevoli maniere.

Dal 1558, anno di pubblicazione, di tempo ne è trascorso e tante sono le abitudini cambiate ma il tema rimane sempre attuale e adatto ai più disparati aspetti.

Il bere ad esempio.

L’idea di creare una “Negroni étiquette”, una sorta di bon ton del bere bene, nasce non tanto per raggiungere le aspettative del comportamento sociale e quindi il convenzionale, quanto le piacevoli maniere.

Il punto di partenza per cominciare questo piccolo codice, è la qualità.

Sarebbe vano distinguere piccoli accorgimenti per affrontare nel migliore dei modi un cocktail senza partire da fondamenta solide e buone. Un po’ come mettere la cravatta al maiale, perdonate il toscanismo!

Non così raramente, ci siamo imbattuti in cocktails di scarsa qualità, serviti a clienti che strizzano gli occhi per il sapore acre non appena ne accennano un sorso.

Ecco perché partiamo da quello che amiamo definire un bere di qualità: le componenti dei cocktails devono avere caratteristiche eccellenti che rimangano invariate nel momento in cui si miscelano.

Sarà poi la mano esperta del barman a creare nello stesso bicchiere una relazione equilibrata, senza litigi per le diverse gradazioni alcoliche, i sapori contrastanti e i colori.

Nel caso specifico del Negroni, possiamo parlare di una relazione a tre, in cui convivono Bitter, Gin e Vermouth. Così diversi tra loro, potrebbero litigare causando un brutto affare di famiglia pertanto il loro rapporto è di fondamentale importanza. Quindi, perché non partire da una buona base?

Questo è il primo vero mattone della nostra educazione al bere, senza la quale tutti gli altri steps sarebbero barcollanti.

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